a cura di Giuseppe Catenacci (Corso 53-56)
Presidente Onorario dell’Associazione Nazionale Ex Allievi “Nunziatella”

La ChiesaSi dovrebbe dire della Annunziatella, come correttamente si legge in molti libri, perché quando Ferdinando Sanfelice, il grande architetto del Barocco, la disegnò nel 1713, esisteva già in un altro sito di Napoli, la grande Chiesa gotica dell’Annunziata (rifatta poi da Vanvitelli): il piccolo gioiello edificato sulla collina di Pizzofalcone nel complesso del Noviziato dei Gesuiti voleva solo essere un raccolto, piccolo tempio a servizio di un grande complesso conventuale, e non una grande Chiesa affollata di popolo nel centro cittadino. Doveva servire ai giovani chiamati dalla vocazione, ma più tardi, quando tutta l’insula fu tolta alla Compagnia del Gesù espulsa dal Regno, e divenne Istituto di istruzione militare, le toccò di veder radunati altri giovani, anch’essi di spirito ardente ma lievitato dall’amor di patria, che dal 1787 furono i cadetti della Real Accademia Militare. Che fu “storicamente” borbonica, ma che fu anzitutto Scuola di rigore etico e di purissimo e libertario amor di patria, al punto da superare la devozione dinastica per il più vasto approdo a quella unione nazionale che già Dante aveva sognato. Quel Dante che Francesco De Sanctis – il primo critico letterario dell’età moderna – amava illustrare con commossi accenni nelle sue lezioni agli Allievi della Nunziatella; dove fu docente infiammando alla libertà i suoi scolari fi no alle barricate e al sacrificio.
Dopo i Novizi e dopo i Cadetti del periodo borbonico e poi Unitaria, furono in tanti, ai nostri tempi, a sentir Messa in questa Chiesa ricca di intarsi marmorei e di fastosi dipinti, a raccogliersi nei riti religiosi e commemorativi di grandi eventi: ed anche a celebrare eventi gioiosi di vita familiare, tra i cori delle funzioni per la celebrazione delle Comunioni, delle Cresime, dei Matrimoni degli ex Allievi, che sempre sentirono l’esigenza di vivere i momenti più significativi della loro vita nei luoghi che più fortemente avevano contribuito alla loro formazione umana e sociale.
Negli anni memorabili del “Rosso Maniero” molti di noi trascorsero ore edificanti nel piccolo scrigno della Chiesa, incantati per il capolavoro marmoreo dell’Altare Maggiore del grande scultore Sammartino, per gli affreschi del De Mura che quasi pareva volessero ammonirci con le raffigurazioni della Giustizia, della Bontà, della Carità, della Libertà; per il trionfo della Adorazione e degli altri dipinti della stesso De Mura. Come non ricordare i lunghi silenzi, le preghiere corali, le omelie di dotti Celebranti, le liturgie festose e quelle in memoria di Maestri ed Amici, i concerti, le gravi note dall’organo e i trilli del clavicembalo. Costruita ad una sola navata, con cappelle laterali ed abside, la chiesa, pur ispirandosi al barocco napoletano, se ne discosta alquanto per una certa lievità delle membrature architettoniche, secondo i dettami del cosiddetto “barocchetto”. La policromia interna, raffinata stilizzazione di un arte per sé stessa pesante ed involuta, è di una vivacità ineguagliabile: il verde antico, il fi or di persico, il giallo di Siena, il diaspro di Sicilia, si fondono armonicamente con le squisite affrescature dovute agli artisti più ricercati di quel tempo.
E, infatti, a dipingere la prima cappella di destra fu chiamato Pacecco de Rosa, paesista delicato e squisito, il quale vi dipinse il quadro della Crocifissione mirabile per vigore e plasticità mentre quello di Gesù sotto il peso della Croce si ritiene opera di Bernardo Gavillia, pittore di molto inferiore al maestro. Il quadro del Redentore con la Vergine svenuta tra le braccia della Maddalena è, forse, fra le cose più riuscite di Ludovico Mazzanti, salito già in fama per alcuni successi nel campo del ritratto.
Nella stessa cappella si trova il monumento sepolcrale, in marmo bianco, dedicato al marchese Giovanni Assenzio y Goyzueta, nobile spagnuolo e Segretario di Stato, attribuito a Salvatore Franco, discepolo del Sammartino. La semplicità di linee e l’austerità a cui è informato, ci rilevano l’influenza del maestro, non solo, ma la tendenza alla classicità così lontana dalla fastosa architettura dei monumenti del barocco. L’effige del defunto, a mezzo rilievo, è posta su di un piedistallo e sorretta da una donna scarmigliata e piangente, mentre nel piano, un amorino dal volto atteggiato alla più grande mestizia spegne una fiaccola, simbolo della vita.
La seconda cappella, dedicata a S. Stanislao Kostka, nobile fi gura dell’ordine dei gesuiti, morto in Roma per le dure e lunghe astinenze, rievoca la vita e la gloria del Santo. Paolo de Mattheis affrescatore e pittore di grido, dipinse il quadro centrale con l’effige del Kostka, mentre quelli laterali, furono eseguiti dal Mazzanti. Anche questa cappella, come la prima, si distingue per la vivacità degli affreschi della volta che furono eseguiti da Giuseppe Mastroleo, tenuto in buona fama di decoratore. L’altare maggiore, squisito esempio di architettura barocca, arricchito da un globo di lapislazzuli reggente la croce, è ornato, ai lati, dagli angeli del Sammartino, il celebre autore del Cristo avvolto nel sudario della cappella S. Severo, prodigio d’ingegnosità di tecnica scultorea.
Su questo stesso altare è posto il quadro dell’Annunziazione, opera del Mazzanti, indubbiamente inferiore per una certa durezza di linee e povertà di espressione a quelli laterali la Nascita del Bambino e la Visitazione di Maria a S. Elisabetta eseguiti dallo stesso autore.
Ma l’artista che più di tutti si segnalò nella decorazione della chiesa è Francesco de Mura, pittore delicato e profondo che chiude degnamente il ciclo di quella scuola napoletana che tanto successo ottenne in Italia e fuori. Nella volta della cona egli dipinse il riquadro dei Magi in Adorazione che si distingue per freschezza e semplicità dall’altro rappresentante l’Assunzione della Vergine più complesso e più consono alle intricate composizioni barocche. Dallo stesso furono eseguiti sul muro del coretto, sulla porta di accesso, La fuga in Egitto e Gesù che aiuta S.Giuseppe nel mestiere di falegname, composizioni che alla morbidezza delle linee accoppiano una freschezza di colore ed una intensità di rappresentazione difficilmente raggiunte in quei tempi.
I quattro dipinti ad olio nei vani della cappelle, cioè, la Concenzione, la Nascita, la Presentazione al Tempio e la Purificazione della Vergine furono eseguiti da Ludovico Mazzanti.
La prima cappella, partendo dall’altare maggiore, è dedicata a S. Ignazio da Loyola, fondatore della Compagnia di Gesù: l’effige del Santo; opera del de Mura, spicca per la sua vigorosa plastica, su gli altri due quadri laterali eseguiti dal Mastroleo il quale affrescò anche la volta e le lunette. L’ultima cappella è dedicata a S.Francesco Saverio, l’apostolo delle Indie; il quadro centrale, con la fi gura del Santo, ritratto mirabile per espressione e verità fu eseguito da de Mura, mentre quelli laterali illustranti la vita, sono opera del Mastroleo, il quale affrescò anche il capolino e le lunette. Il diritto di patronato di questa cappella appartenne lungamente alla famiglia dei
Caputo; passò poi, per testamento alla famiglia dei Canger, come attesta l’epigrafe situata sull’altare.
L’armoniosa struttura della Chiesa viene completata dalla facciata, a linee spezzate, leggermente ondulata ai laterali con paraste di ordine ionico recanti festoni tra le volute dei capitelli, e corinzio nella parte superiore; indubbiamente, un modello di grazia e di leggiadria architettonica.
La Chiesa della Nunziatella, piccola gemma di un’arte che per la sua pesantezza fu definita barocca, dolce e riposante per la sinuosità delle linee, luminosa affermazione del genio meridionale è, forse, la più espressiva affermazione di quell’arte settecentesca tramata sulla grazia morbida ed elegante di un mondo fatto di parrucche bianche e di dolci sorrisi.

 

 

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